venerdì 28 aprile 2017

✎ Loputyn: Francis & Artbook

Ciao a tutti!
E buon venerdì! :-) Oggi vorrei tornare a parlarvi di un’artista italiana che mi piace moltissimo: Jessica Cioffi, in arte Loputyn. Vi avevo già parlato qui sul blog del suo albo di esordio — Cotton Tales, primo volume di una serie dalle tinte gotico-vittoriane — ma, da quel momento a oggi, sono usciti altri suoi due lavori (uno l’anno scorso e uno il mese scorso!) di cui non vi ho parlato e quindi vorrei presentarveli in questo post. Ogni volta che esce un nuovo albo di Loputyn o qualcosa che la riguarda non posso fare a meno di aspettarlo con trepidazione perché è troppo, troppo brava e so già che lo adorerò infinitamente. Spero continui a regalarci storie e illustrazioni.
(ノ◕ヮ◕)ノ*:・゚✧


Artbook
Shockdom  14 Giugno 2016  80 pagine  15,00€  ITA
Una preziosa raccolta di illustrazioni in cui lo stile unico dell'autrice riesce a fondere e ad amalgamare con maestria tratti tipici della scuola manga giapponese con le atmosfere e i colori dell'illustrazione europea dell’800. La delicata tecnica ad acquerello di Jessica offre la base a illustrazioni che, con innata leggerezza, danno vita di volta in volta a inquietanti creature con teschi animali e teneri coniglietti, giovani fanciulle ed enormi lupi, deliziosi e malinconici paesaggi naturali visitati da minuscole figure e meravigliosi ritratti che si alternano in un volume unico, da collezione per tutti gli amanti dell'illustrazione ed imperdibile per i fan di Loputyn.
Nelle mani di Loputyn, gli acquerelli si trasformano in un sogno dalle tinte pallide tanto intenso quanto inquietante: una natura misteriosa, tratti leggeri, sfumature delicate. L’insieme cattura ma le cose non sono mai come appaiono a prima vista e quindi, attirati da un dettaglio colto quasi per caso, si ricerca il particolare in ogni tavola.
Il volume è suddiviso in sette parti (Mostro, Coda di cotone, Possessione, Passeggiata nella natura, Amore, Fantasticheria, Cotton Tales) e raccoglie illustrazioni già pubblicate dall’artista e altre completamente inedite, un percorso che si snoda tra personaggi eterei e mostri da incubo tenuto insieme dal suo stile inconfondibile e dalla sua personalissima visione del mondo.
Ci troviamo al cospetto di un mondo fiabesco nel senso primordiale del termine: non dolce, infantile e rassicurante ma raccapricciante, osceno e feroce. Le protagoniste delle tavole sono quasi sempre giovani fanciulle in vestiti vittoriani o in reggicalze, delle bambole di porcellana accompagnate da lupi, coccodrilli e altri animali feroci, all’occorrenza antropomorfi o mutaforma.
Un gioco di contrasti tra innocenza e crudeltà, purezza e sensualità, natura rigogliosa e cuori insanguinati e petti trafitti.


Francis
Shockdom 30 Marzo 2017  96 pagine  16,00€  ITA
All'ombra del Monte Orfano si preparano incantesimi, pozioni, evocazioni, doveri di streghe. Ma a Metillia piace anche divertirsi, a volte a scapito dei suoi obblighi. Pur sapendo che ormai manca poco alla prova più importante della sua carriera di strega, non è riuscita a prendere il controllo del proprio destino; ormai è tardi per prepararsi, può solo deludere le aspettative delle sue compagne di clan. Ma proprio l'ultima notte, quando sembrano non esserci speranze per lei, il fato sembra improvvisamente volgere a suo favore.
Francis… la libertà vale secoli di vuoto e solitudine?
Metillia è una giovane strega che deve prepararsi per l’esame che potrebbe portarla a diventare il prossimo capo del suo clan. La sua avversaria è la sua amica Camelia, di gran lunga più brava di lei che invece è una strega pigra e svogliata, amante del vino e dei piaceri, che ha procrastinato fino all’ultimo momento nella preparazione di pozioni e incantesimi utili per la sfida. Per risolvere la situazione, Metillia pensa di evocare uno spirito che possa aiutarla a superare l’esame. Da lei arriva Francis, uno spiritello che si diverte a disgregarsi e a riprendere forma, da volpe a umano.
Il punto di vista dal quale è raccontato Francis è uno di quelli che stavo aspettando di leggere da tempo, ovvero quello del personaggio che si trova dall’altra parte, dell’”antagonista”, quello imperfetto. La protagonista è Metillia, una strega con un potere latente molto forte che potrebbe portarla a realizzare grandi cose, essere la prossima capo clan è solo il punto di partenza, ma a causa dell’oscurità che cova nel suo cuore è anche l’antagonista della sua stessa storia. Metillia è gelosa, dissoluta e corrotta, e si ritrova a dover fare i conti con se stessa dopo l’evocazione di Francis. Anche Francis è pigro, meschino e dissoluto, e mette l’anima di Metillia a nudo, le sue scelte in dubbio e i suoi desideri in discussione. Francis è l’imprevisto che si materializza nella vita di Metillia, impossibile da fermare e che sfugge a ogni controllo, che porta la vita della giovane strega ad una svolta cruciale. È facile immedesimarsi in Metillia e provare empatia nei suoi confronti perché Francis scopre la parte più nascosta e oscura della sua anima, la parte più nascosta e oscura presente, in forme diverse, nell'anima di ogni persona.
Ma l’arrivo di Francis è davvero così negativo? L’epilogo di Metillia non è forse qualcosa di liberatorio, qualcosa che anche lei desiderava da tempo ma che non aveva il coraggio di compiere perché, in un certo senso, aveva già la consapevolezza che sarebbe stato duro?
Nell’arco di una notte si ha a che fare con streghe e spiriti, rituali e possessioni, gelosie e amicizie tradite, l’inizio di un percorso di crescita difficile, irto di ostacoli e solitario, in un luogo che esiste davvero ma calato in una realtà senza tempo. Francis è metà illustrazione e metà fumetto, acquerello arricchito da matite colorate, uno spiritello che volteggia e si disperde nell’aria, dove non tutto viene detto esplicitamente e in cui i disegni hanno il compito di veicolare un messaggio, e il messaggio che si può cogliere è diverso da persona a persona.

In conclusione al post, vi segnalo il numero 19 di Dylan Dog Color Fest: Favole Nere di cui ha realizzato l’illustrazione di copertina.

martedì 25 aprile 2017

PESCARA COMIX & GAMES 2017

Ciao a tutti!
Come state? Negli scorsi giorni su facebook - twitter - instagram mi sono imbattuta (difficile non imbattercisi!) in milioni e milioni di foto da Tempo di Libri; se siete andati, fatemi sapere nei commenti cosa avete fatto e le vostre impressioni generali sull’evento.
Io oggi invece vi parlo di un altro evento al quale ho partecipato sabato. Non è certo paragonabile a Tempo di Libri, al Salone di Torino o al Napoli Comicon ma hey, è a tema fumetti e per me è più che sufficiente per passare una giornata tra le cose che mi piacciono di più.


Il Pescara Comix & Games è una fiera sul fumetto, cosplay, games e videogames, in cui si può assistere a concerti ed esibizioni dal vivo, e conferenze e sessioni di disegno live degli artisti ospiti. Si tiene all’interno del Centro Commerciale L’ARCA di Spoltore (Abruzzo) e l’ingresso è totalmente gratuito. Quest’anno la fiera è giunta alla sua quarta edizione e si è tenuta il 21, 22 e 23 Aprile.
Io ho partecipato a tre edizioni della fiera (sfortunatamente ho perso la prima) e ho potuto constatare che ogni anno gli organizzatori dell’evento fanno un passo in avanti rispetto l’anno precedente, quindi questo evento ha tutto il potenziale per crescere e diventare una realtà ancora più grande e ricca.
Come ho detto prima, ho preso parte all’evento sabato 22 perché volevo assistere alla conferenza di Vanessa Cardinali (autrice di Thunder Ben, Bao Publishing, e Phlox insieme a Tauro, Shockdom), ospite della Scuola Internazionale di Comics di Pescara, che si sarebbe tenuta alle 15.
Sono arrivata sul posto una mezz’oretta prima e ho deciso di recarmi subito presso l’area conferenze per vedere un po’ com’era la situazione e come funzionava (*in realtà non c’è proprio nulla da capire nell’assistere ad una conferenza, Veronica, si entra e ci si siede*). Siccome — ovviamente — era in corso la conferenza precedente, ho deciso di riempire il tempo iniziando a fare un giro degli espositori per avere un’idea di quello che avrei potuto trovare e dei prezzi. Nel bel mezzo del mio sopralluogo, l’altoparlante mi ha informato dello spostamento della conferenza dalle 15 alle 16… e in quest’ora potrei essermi data alla pazza gioia con gli acquisti, ma questa è un’altra storia che vi racconterò più giù.


Alle 16 sono ritornata in area conferenza ma l’incontro era già iniziato. É stata una conferenza breve (non credo di averne persa molta) ma diretta ed efficace, in cui (per il pezzo a cui ho assistito io) è stata presentata la trama di Thunder Ben — ovvero la storia di Ben, un bambino che vive in una città sospesa nel cielo organizzata su più livelli e che vuole diventare un Cavaliere del Cielo — e del fatto che le regole di questo mondo sono le regole di questo mondo, è come se fosse tutto al contrario: se i pesci a Saaret volano è un dato di fatto, perché dovremmo dire che è impossibile o non è vero? “É un fantasy senza le regole del fantasy” in cui non si devono rispettare determinati canoni decodificati. Vanessa Cardinali è stata molto simpatica e spontanea per tutto il tempo, e la conferenza si è chiusa sulle note di un “più pesci per tutti”.
Dopo questo incontro, mi sono diretta verso il banco della Scuola Internazionale di Comics per prendere una copia di Thunder Ben, su cui Vanessa Cardinali mi ha fatto un disegnino tropo, troppo carino (tutto fucsia e azzurro *^*) — ancora GRAZIE MILLE!


Dunque. Gli acquisti. Ero partita da casa con l’intenzione di prendere Thunder Ben e un disegnino di Liana Recchione (non la conoscete? Andate QUI e QUI), al massimo qualche fumetto di Adventure Time o manga per riempire dei buchi… ma non ho preso né manga né fumetti, ho ceduto al fascino dei gadget. Per me questo è stato un fatto molto strano perché in genere non sono attratta dai gadget — non riesco mai a trovare quelli che mi piacciono — ma quest’anno ho trovato delle cosine troppo carine e non potevo lasciarle lì. Sono contenta di questi acquisti perché, oltre a piacermi un sacco (*se non ti piacevano non li prendevi, no, Veronica?!*), li ho pagati una vera sciocchezza.
La maggior parte sono a tema Studio Ghibli: un Totoro-peluche che appenderò allo zaino, una pochette con i kodama (spiriti degli alberi) da Princess Mononoke, e tre stampe di TotoroLa città incantata e Laputa. Acquisti “fuori tema” sono stati una tazza di Animali Fantastici e i Pocky alla fragola che profumano immensamente di fragola, e il disegnino di Liana Recchione.
Nella foto vi ho messo anche gli acquisti di Fratello: una stampa di Stranger Things e le Funko Pop di Eleven e del Demogorgone.
(Su instagram potete vedere nel dettaglio tutto ciò che ho acquistato!)

Questo è tutto per quanto riguarda la mia esperienza al Pescara Comix di quest’anno. Ho voluto parlarvene perché gli anni precedenti non ho dedicato un post a questo evento (non avevo molto in particolare da dire perché non ho partecipato a incontri o conferenze come invece ho fatto quest’anno), per fare quattro chiacchiere e condividere con voi il fatto che non c’è bisogno di partecipare a grandi fiere importanti per avere l’opportunità di incontrare artisti e autori, e passare un pomeriggio diverso dal solito. Soprattutto nell’ultimo anno mi sono accorta che vengono organizzate sempre più fiere (non solo in città grandi e importanti, ma anche in quelle medio-piccole) a tema libri e fumetti, quindi aprite gli occhi e vedete se c’è qualcosa vicino a voi (ve lo dico perché quando ho scoperto il Pescara Comix, io che mi lamento sempre che qui non c’è nulla, ho fatto i salti di gioia). :D A PRESTO!

venerdì 21 aprile 2017

Aiuto! e La società degli animali estinti: su uomini e animali.

Ciao a tutti!
Oggi vorrei parlarvi di due volumi, un romanzo e una graphic novel, che hanno come argomento centrale la violenza sugli animali. I volumi in questione sono La società degli animali estinti di Jeffrey Moore e Aiuto! di Isaak Friedl e Yi Yang che, seppur diversi tra di loro per modalità di narrazione e storia in sé per sé, ho trovato molto affini.
In genere tendo a stare lontana il più possibile dalle storie che hanno come protagonisti gli animali perché parto sempre dal presupposto che succederà qualcosa di brutto, e io non riesco proprio ad affrontare questi episodi senza morire dentro (infatti non volevo leggere Aiuto! per questo motivo, ma poi ho cambiato idea e ho fatto bene), ma lo sfruttamento e la caccia animale è un tema che mi sta molto a cuore quindi ho deciso di cercare di affrontare queste letture un passo alla volta.


La società degli animali estinti di Jeffrey Moore
Isbn Edizioni  29 Marzo 2012  490 pagine  ITA

La società degli animali estinti di Jeffrey Moore è un romanzo dalle tinte thriller e mistery che si intreccia a questioni legate allo sfruttamento degli animali. Jeffrey Moore era (ed è ancora, tutto sommato) un autore a me del tutto sconosciuto prima di incontrare questo libro, mi ci sono approcciata perché, molto semplicemente, mi ispiravano titolo e copertina. Dopo essermi informata sulla trama, ho pensato che potesse essere una lettura interessante per la questione legata alla denuncia sullo sfruttamento animale anche se ero un po’ in dubbio sull’“altra metà” perché non sono una grande lettrice di thriller e mistery.
Protagonisti principali del romanzo sono due personaggi del tutto fuori dal comune: Nile Nightingale, un uomo in fuga dalle leggi americane, dalla sua storia personale e dalle sue dipendenze, e Céleste Jonquères, una ragazzina di quattordici anni un po’ nerd e molto arguta che ha iniziato una lotta in solitaria contro la caccia e il maltrattamento degli animali. L’incontro tra i due avviene di notte, quando Nile si ferma davanti a una chiesa sconsacrata e vede degli uomini lanciare un sacco, con all’interno una Céleste in fin di vita, in un ghiacciaio. La vita dell’uomo prende una direzione inaspettata dopo il salvataggio della ragazza, in quanto prende la decisione di scoprire chi sono i farabutti che l’hanno aggredita e le motivazioni dietro a questo gesto.
La narrazione si sviluppa su due diversi punti di vista: uno è quello di Nile, ovvero di uomo che, a causa delle sue dipendenze, delle sue paure, dei suoi dubbi e della sua storia passata, vede cose che in realtà non ci sono o non stanno succedendo realmente; l’altro è quello di Céleste, che scrive sul suo diario quello che le succede e le sue ricerche in merito alle violenze degli uomini sugli animali. Queste parti mi sono sembrate a tratti un vero e proprio manifesto più che le riflessioni di una ragazza per via della loro impostazione ma, siccome era proprio quello che speravo di trovare e leggere in questo romanzo, non mi ha dato fastidio il tono con il quale sono state scritte. Non mi sento in grado invece di pronunciarmi sulla parte mistery e thriller perché, come ho detto, non sono un’avida lettrice di questi generi e non riesco a giudicarne le dinamiche secondo le mie poche conoscenze. Posso solamente dire che non mi è dispiaciuta leggerla e che l’ho trovata anche coinvolgente, seppur tutta la storia sia molto strana e particolare — anzi, tutto il libro e molto strano e particolare, e penso proprio che mi sia piaciuto per questo motivo!
L’ambientazione mi è piaciuta tantissimo. Siamo in Canada, nel Québec, e Moore è riuscito a rendere vivi i suoi paesaggi attraverso descrizioni molto evocative concentrandosi non solo sugli elementi naturali (ghiacciai, monti innevati) ma anche sulle diverse tipologie di personaggi che si possono incontrare (venditori di pelle, cacciatori, animali in estinzione).
Mi rendo conto che questo commento potrebbe essere non del tutto chiaro, ma ripeto: è un romanzo strano e particolare - un thriller ecologista? - e i personaggi sono tutto tranne che ordinari.
Come vorrei essere nell'antico Egitto, dove per chi uccideva un gatto c'era la pena di morte.

Aiuto! di Isaak Friedl & Yi Yang
Bao Publishing  25 Agosto 2016  152 pagine  ITA

Un cacciatore e una mamma Orsa rimangono uccisi dopo che il primo ha sparato alla seconda e la seconda, per difendere il suo cucciolo e se stessa, ha attaccato a sua volta il primo. Gli altri cacciatori che fanno parte del gruppo, dopo aver ritrovato il corpo, decidono di vendicare il loro compagno andando alla ricerca dell’Orso per ucciderlo. Uno Scoiattolo, venuto a conoscenza dei piani dei cacciatori, riesce a trovare Orso e lo aiuta a mettersi in salvo.
Aiuto! è un fumetto che nasce dalla collaborazione di due artisti molto giovani, Isaak Friedl e Yi Yang, e che tratta del tema della violenza in modo molto particolare: da una parte troviamo la violenza umana e dall’altra quella animale, si può tracciare una linea di confine tra le due? Sia animali che esseri umani uccidono per sopravvivere, quindi dove sta la differenza? La differenza sta nei mezzi e nel sentimento che spinge verso queste azioni. Gli animali sono privi del sentimento della cattiveria, uccidono per sopravvivenza e istinto; gli umani, dotati di intelletto, dovrebbero riuscire a distinguere tra il bene e il male ma molto spesso è più facile cedere al richiamo delle armi e infierire con crudeltà su un essere indifeso.
Quello della caccia è un argomento molto delicato. Io sono contro la caccia e i cacciatori ma di certo non sono quel tipo di persona che gioisce nel momento in cui un cacciatore muore. È vero, spesso mi ritrovo a pensare che poteva rimanersene tranquillo a casa sua a farsi gli affari suoi, ma fare questo tipo di pensiero non è da meno del suddetto cacciatore che ha imbracciato il fucile.
È difficile provare pietà per i cacciatori di questo fumetto perché la loro è una violenza operata per divertimento e non per motivi di difesa o sopravvivenza, è la violenza di uomini che hanno scelto un fucile per riempire qualche ora della loro giornata. Dall’altra parte, paradossalmente, troviamo altra violenza che risponde a violenza, ovvero quella degli animali che si vedono attaccare, torturare e uccidere all’improvviso e senza ragione. Alla fine non è la morte violenta del cacciatore o quella immotivata di mamma Orsa a straziare e sconvolgere, è l’intera e violenta situazione.
Il tratto e lo stile sconvolgono più della storia: i disegni ricordano quelli di un volume per bambini ma questo non è un volume per bambini — l’etichetta “consigliato ad un pubblico maturo” non c’è a caso — e questo rende il tutto ancora più brutale e in un certo senso grottesco. Probabilmente l’effetto sarebbe stato diverso se i due autori avessero scelto un altro stile di disegno, “più adulto” e meno “da peluche”, ma sono sicura che sarebbe mancato l’impatto che invece in questo modo Aiuto! riesce ad avere sul lettore.
I disegni sono stupendi e le tavole sono piene, ricche di colore in ogni più piccolo angolino. I colori vanno di pari passo con la violenza crescente della storia, ogni volta che si gira pagina si ha l’impressione che vengano stesi con più forza e... violenza, appunto.
Una scelta che ho apprezzato tantissimo è quella di non far parlare gli animali. Essi, pur non parlando, riescono sempre a far capire cosa stanno pensando, provando e le relazioni che intercorrono tra di loro, e questo è possibile proprio perché i disegni e i colori fanno tutto. Riuscire a trasmettere qualcosa attraverso il disegno, come in questo caso, è la cosa più difficile che si possa fare e Isaak Friedl e Yi Yang sono stati eccellenti.
Non consiglierei questo volume a chi si sta approcciando al genere del fumetto perché, dato il pochissimo parlato, presuppone una maturità tale nel concentrarsi sulle tavole che molto spesso chi non ha mai letto fumetti non ha perché ci si concentra di più a leggere il testo e meno a soffermarsi sui disegni. Invito inoltre a mettere in conto anche la vostra sensibilità, se pensate di essere in grado di affrontare una lettura con questo tema e con scene esplicite.
Isaak Friedl e Yi Yang stanno attualmente lavorando al seguito di Aiuto!, potete seguire tutti gli sviluppi sulla loro PAGINA FACEBOOK. Vi dico questo perché ero totalmente all'oscuro che ci sarebbe stato un seguito.
Un piccolo accenno a una particolarità dell’edizione: alla fine del volume c’è una pagina interamente dedicata a degli adesivi che si possono utilizzare per decorare e personalizzare la copertina. È una trovata geniale ma allo stesso tempo ho paura di rovinare sia volume che adesivi, quindi ho deciso di tenermelo così com’è.
Per spingervi ancora di più a riflettere se dare un’opportunità o meno ad Aiuto!, vi lascio il disegnino (troppo adorabile!) che Isaak Friedl e Yi Yang hanno realizzato sulla mia copia durante il LC&G.

martedì 18 aprile 2017

✶ I libri della nostra infanzia ✶

Ciao a tutti!
Oggi vorrei parlare con voi dei libri della nostra infanzia. L’idea per questo post mi è venuta qualche tempo fa, quando ho accompagnato mia nonna in libreria per fare un regalo ad una bambina di otto anni e mi sono chiesta “Ma io cosa leggevo da bambina?” — in realtà è stata più una domanda retorica perché i libri che leggevo e a cui tenevo di più da bambina ce li ho ancora qui con me e li ricordo benissimo.
Leggo tutt’ora narrativa per bambini/ragazzi ed è un genere di cui non mi stancherò mai. Scrivere questo post è stato interessante perché ho notato che le trame e i personaggi che ho amato di più quando ero piccola si riflettono in qualche modo nelle mie attuali letture.


1. FIABE & FAVOLE AL TELEFONO di Gianni Rodari - Le prime storie di cui ho memoria sono le fiabe e le favole che mia madre mi leggeva ogni sera prima di andare a dormire. Avevo delle cassettine bianche in cui erano conservate centinaia e centinaia di schede e su ogni scheda era scritta una singola fiaba o favola proveniente da ogni parte del mondo. Andavo letteralmente pazza per queste schede anche perché alla fine dei racconti c’erano tre domande a cui non vedevo l’ora di rispondere per testare la mia attenzione e quello che avevo appreso. La mia fiaba preferita era La Sirenetta di Andersen (vi ho già fatto una testa tanto QUI) e quando ho scoperto che la fine originale è diversa da quella del film della Disney ci sono rimasta veramente, veramente male. Il trauma però è durato pochissimo perché questa scoperta mi ha spinto a voler conoscere tutte le versioni originali delle fiabe e le differenze di una stessa fiaba tra scrittori diversi e paesi diversi. Anni dopo sono entrata in possesso di alcuni volumi nell’edizione delle fiabe dei Grimm che vedete nella foto; essendo delle raccolte, sono più facili da maneggiare rispetto le schede quindi li ho messi sul comodino e ogni tanto mi rileggo questa o quella fiaba o favola.
Un altro libro che mi facevo sempre leggere è Favole al telefono di Gianni Rodari. Si tratta di una raccolta di favole che il signor Bianchi racconta per telefono ogni sera alla figlia prima di andare a dormire. Le mie preferite erano quelle che vedevano come protagonista una bambina di nome Alice.

2. ANGELO CUSTODE CERCASI di Christine Nöstlinger - Angelo custode cercasi credo sia stato il primo libro che ho letto da sola, e l’ho letto anche un sacco di volte! Mi ricordo di averlo finito e ricominciato subito dopo un paio di volte. La protagonista è Nasti, una bambina che ha paura di tutto (buio, cani, rumori, cantine, rimanere da sola), tutta il contrario della sua amica Tina, che invece è molto coraggiosa. Un giorno arriva nella vita di Nasti Rosa Riedl, un’anziana signora che in realtà è un angelo custode che va a trovare la bambina per aiutarla con le sue insicurezze. Mi piaceva questo libro perché, oltre ad appassionarmi alla storia, mi rivedevo molto nella piccola protagonista, visto che da piccola avevo una paura folle del buio e di tutti quei piccoli rumorini che la casa fa di notte.

3. NELLA TERRA DEGLI UNICORNI di Bruce Coville - Se devo dare la colpa a qualcuno per la mia ossessione per gli unicorni, punterei sicuramente il dito verso Bruce Coville. Ho scoperto solo qualche tempo fa che si tratta del primo libro di una serie, ma non credo sia stata tradotta qui da noi per intero. In ogni caso, datemi un Lampo d’Argento e nessuno si farà male. Mi sa che anche questo è stato sfogliato un sacco di volte visto come è rovinata la copertina... anche se io non ricordo proprio nulla della storia.

4. LE CREATURE DELLA NOTTE di Eddie Lenihan - Questo libro è un’antologia di racconti sulla brava gente a cura di Eddie Lenihan, un esperto di folclore irlandese. Si tratta di testimonianze appartenenti sia alla tradizione orale che scritta e raccoglie anche le esperienze di uomini e donne che hanno avuto a che fare con questi esseri fatati in prima persona. Tutto ciò che so su queste creature proviene da qui e quando avevo più o meno dieci anni me ne andavo in giro a fare l'esperta in materia con questo libro sotto il braccio. Mi sentivo molto intelligente.

5. FAIRY OAK di Elisabetta Gnone - Vi ho già parlato di questa serie in QUESTO POST in cui ho elencato i dieci libri che mi sono rimasti nel cuore. Credo di non dover aggiungere nient’altro, solo che se non l’avete letta DOVETE farlo. Tra l’altro la Salani sta ripubblicando tutti i volumi delle due serie, quindi non avete scuse!

Questi sono i libri della mia infanzia! Se vi va, fatemi sapere nei commenti quali sono i libri della vostra infanzia, perché vi piacevano e se ci siete ancora legati, se conoscete i libri di cui vi ho parlato e se ne condividete qualcuno con me. :) BYE!

venerdì 14 aprile 2017

RECENSIONE: L'evoluzione di Calpurnia di Jacqueline Kelly

Ciao a tutti!
Vi lacio la recensione di un libro che ho adorato e che è diventato immediatamente uno dei miei preferiti. Vi invito davvero con tutto il cuore a leggerlo sperando che possa colpire e far riflettere anche voi. Se lo avete già letto, fatemi sapere se anche a voi è piaciuto e cosa ne pensate.


L'evoluzione di Calpurnia
The Evolution of Calpurnia Tate di Jacqueline Kelly

Salani  20 Gennaio 2011  287 pagine  16,00 €  ITA
Nei prati riarsi della calda stagione texana, Calpurnia non può fare a meno di notare che le cavallette gialle sono molto, molto più grandi delle cavallette verdi. Perché? Sono di due specie diverse? Calpurnia ha sentito parlare del libro di un certo Darwin, in cui si spiega l'origine delle specie animali. Forse può trovare quel libro nella biblioteca pubblica? Sì, ma la bibliotecaria non glielo vuole mostrare. Poco male, quel libro si trova anche a casa sua: nello studio del nonno, il libero pensatore della famiglia. Accompagnata dal nonno e dal libro proibito, Calpurnia riuscirà a scoprire i segreti delle diverse specie di animali, dell'acqua e della terra. E scoprirà anche se stessa.

My rolling thought
Un giorno avrei posseduto tutti i libri del mondo, scaffali e scaffali pieni. Avrei vissuto in una torre di libri. Avrei letto tutto il giorno mangiando pesche. E se qualche giovane cavaliere con l’armatura avesse osato passare sul suo bianco destriero e mi avesse implorato di calargli la treccia, lo avrei bersagliato di noccioli di pesca finché non se ne fosse andato a casa.
L’evoluzione di Calpurnia è un libro bello - bello, bello, bello, bello - e quando un libro è bello non ha target e tutti possono apprezzarlo: bambine e bambini, ragazze e ragazzi, donne e uomini, anziane e anziani. È una fonte di grande ispirazione per discutere su tematiche come il femminismo, lo studio e la libertà, quindi può essere un punto di partenza per sensibilizzare i più giovani verso questi argomenti ma è anche un romanzo con una grande carica per rieducare e ricordare certi valori alle menti più adulte.
È un romanzo che mi ha entusiasmato tantissimo. Io l’ho letto all’incirca due mesi fa dopo due anni che stazionava tra i miei scaffali e, credetemi, una volta finito mi sono domandata perché non l’avessi letto prima. Mi sono sentita una vera sciocca.
Ci troviamo nel Texas del 1899 in compagnia di Calpurnia Virginia Tate, una bambina di undici-anni-quasi-dodici, unica figlia femmina e figlia di mezzo tra altri sei figli maschi di una famiglia benestante. Essendo l’unica figlia femmina, la madre si preoccupa giornalmente nell’educarla ad essere una brava donna di casa, una brava moglie e una brava madre, ma a Calpurnia tutto ciò non interessa minimamente: piuttosto che rimanere in casa a cucire o passare un intero pomeriggio tra i fornelli, preferisce correre dietro a insetti e animali, osservare le piante e nuotare nel lago, facendo letteralmente impazzire sua madre. La sua passione diventa sempre più forte dopo che il nonno la introduce agli studi naturalistici, portando la bambina con sé nelle sue esplorazioni e permettendole l’ingresso nel suo impenetrabile studio.
La storia procede per situazioni legate ad un determinato periodo dell’anno: inizia in estate e si conclude la mattina del primo dell’anno. È una storia appassionante dalla prima all’ultima riga, non ha un momento morto, e ogni pagina è un piccolo tesoro da fare proprio. A rendere tale L’evoluzione di Calpurnia sono i personaggi che, attraverso lo stile superbo dell’autrice, sono i portavoce di determinate tematiche in un periodo storico in cui ci si sta lasciando alle spalle il vecchio per entrare nel nuovo.
I personaggi mi sono piaciuti tantissimo, principalmente Calpurnia e in secondo luogo suo nonno. Calpurnia è una bambina molto sveglia e indipendente, non l’ho trovata troppo bambina ma nemmeno troppo inverosimilmente adulta per la sua età. È un personaggio equilibrato e plausibile perché si interroga su ciò che la circonda per via della sua curiosità e intraprendenza, non è la proiezione della voce dell’autrice nelle vesti di una bambina. Anche il suo rapporto con il nonno non è mai sdolcinato o melenso, direi piuttosto quasi investito di una certa sobrietà e professionalità che ben si adatta alle loro menti scientifiche e razionali. La loro è una relazione molto particolare ma allo stesso tempo è il tipico rapporto nonno-nipote in cui l’affetto e la stima che si prova l’uno nei confronti dell’altra è in ogni singolo gesto, parola o sguardo.
Grazie alla figura del nonno, un uomo che si è ritirato a vita privata per condurre i suoi esperimenti naturalistici dopo aver creato l’impero lasciato in eredità al figlio e verso il quale i più piccoli provano timore per il suo carattere così schivo, Calpurnia scopre la natura e diventa sempre più precisa e meticolosa nelle sue osservazioni, scopre di voler essere qualcos’altro oltre la brava moglie e la brava madre che la sua famiglia vuole che diventi.
Quello che ho più apprezzato di questo romanzo e di questo personaggio è che ci troviamo davanti ad una protagonista femmina che vuole essere se stessa e che vuole prendere in mano le redini del suo futuro, che vuole decidere lei in prima persona che direzione prendere e non lasciarsi condurre da nessuno. Calpurnia vuole studiare e trovare il su posto nel mondo come studiosa, come scienziata, come naturalista, perché capisce che quello che più ama al mondo è studiare, e non comprende come la sua migliore amica non abbia altre prospettive se non quella di sposarsi e avere una sua famiglia. Mi sono rivista tantissimo in questo personaggio perché mi pongo le stesse domande che si pone Calpurnia e perché condivido con lei lo stesso desiderio di conoscenza e indipendenza.
Calpurnia è una vera rivoluzionaria perché si trova a vivere in un’epoca in cui le donne non devono studiare e non è previsto che lo facciano, nemmeno in una famiglia benestante come la sua. Le uniche cose che le bambine devono imparare è come prendersi cura della casa, del marito, dei bambini, e Calpurnia, sotto le pressioni della madre e della cuoca della famiglia, si vede costretta a prendere lezioni di piano, di cucito e di cucina. Ha dei compiti e degli obblighi diversi rispetto a quelli dei suoi fratelli maschi: Calpurnia deve essere carina, educata e sempre in ordine, perché per lei è previsto il debutto in società che la porterà al fidanzamento ufficiale e al conseguente matrimonio, cosicché possa ritenersi sistemata.
Oggi è normale che una donna studi, lavori e che voglia seguire la sua carriera professionale piuttosto che mettere su famiglia, ed è giusto e normale che sia così. Godiamo di un certo grado d’indipendenza e di libertà che molto spesso diamo per scontato ma queste cose erano la normalità all’incirca cento anni fa - praticamente l’altro ieri -, quindi dobbiamo ricordare e apprezzare profondamente i sacrifici fatti da queste donne che ci hanno permesso di acquisire i diritti che meritiamo e di poter fare tutte le scelte che vogliamo per la nostra vita per seguire i nostri obiettivi e i nostri sogni. E devono essere un esempio, un modello in ogni singola lotta, dagli episodi di risonanza mondiale a quelli più quotidiani, perché ogni donna, ragazza, bambina, femmina deve avere gli stessi diritti e le stesse opportunità di qualunque altro essere umano su questo mondo.
Tutto questo è trattato in maniera splendida nel libro e lo stile dell’autrice permette di far entrare il lettore nel mondo di Calpurnia al 100%. Jacqueline Kelly è stata abilissima su due fronti: nel ricorrere ad un lessico scientifico e fatto di tecnicismi che però non mettono in difficoltà durante la lettura - ma solo tantissima curiosità e voglia di apprendere -, e nella descrizione puntuale dell’America di fine Ottocento. Questo è infatti un periodo storico molto interessante da analizzare, la fine di un’era e l’inizio di una nuova, in cui L’origine della specie di Charles Darwin sta facendo molto parlare di sé e in cui fanno la loro comparsa per la prima volta il telefono, la Coca-Cola e l’automobile — innovazioni e novità scientifiche e tecnologiche.
Di romanzi scritti così bene da poter essere letti da chiunque che trattano tematiche così importanti credo ce ne siano davvero pochi. Vi invito a procurarvi L’evoluzione di Calpurnia e a leggerlo (e poi a pensarci su e a farlo vostro) perché in questo romanzo troverete un’amica e una voce indimenticabile.
La storia termina con un finale abbastanza aperto ma fortunatamente c’é un seguito che non vedo l’ora di poter leggere!

★ ★ ★ ★ ★
Wonderful. *^*

martedì 11 aprile 2017

❃ Una settimana con (i film di) Sofia Coppola ❃

Ciao a tutti!
Oggi provo a parlarvi di film e lo faccio prendendo spunto da una piccola esperienza nata dal caso che si è trasformata immediatamente in un’iniziativa personale.
Un paio di settimane fa, di lunedì, mi sono finalmente decisa a vedere Marie Antoinette di Sofia Coppola; erano mesi e mesi e mesi che volevo farlo e, sfruttando la predisposizione del momento alla visione di un film, me ne sono ricordata e ho premuto PLAY. Mi è piaciuto tanto, ma così tanto, che mi sono detta “Adesso devo vedere The Virgin Suicides”; dopo aver visto The Virgin Suicides, Lost in Translation è diventato d’obbligo. Avete capito come è andata a finire: nell’arco di una settimana mi sono vista tutti i film di Sofia Coppola (mi sono risparmiata A Very Murray Christmas perché a) odio i film di Natale, e perché b) non mi attirava per niente) incluso uno dei suoi due primi cortometraggi, Lick the Star.
Non so se come post potrebbe interessarvi ma io ho voglia di parlar-e/-vi di quello che ho visto :-) spero di riuscire a incuriosirvi e magari a farvi scoprire anche qualcosa di potenzialmente interessante e/o piacevole.


Prima di vedere Marie Antoinette, Sofia Coppola e io non ci siamo mai incrociate. Ovviamente la conoscevo di nome per essere la figlia di Francis Ford Coppola ma nulla di più, gli unici titoli della sua filmografia a me familiari erano — appunto — Marie Antoinette, The Virgin Suicides, Lost in Translation e anche The Bling Ring. Non sapevo che premi avesse vinto o se ne avesse vinto qualcuno, non conoscevo i giudizi della critica o quelli dei comuni spettatori nei confronti dei suoi lavori, le tematiche da lei affrontate o se ne aveva qualcuna a lei cara, e in totale quanti film avesse girato. Nulla di nulla, insomma.

Lick the Star (CORTOMETRAGGIO, 1998) - In poco meno di un quarto d’ora, Sofia Coppola racconta in bianco e nero il piano di un gruppo di ragazze per avvelenare i loro compagni di scuola.
È stato l’ultimo lavoro di Sofia Coppola che ho visto in ordine di tempo quindi sono riuscita a cogliere chiaramente tutte le tematiche care a questa regista (le difficoltà che si possono incontrare e vivere durante l’adolescenza, il senso di unione che caratterizza un gruppo di amiche o sorelle, il senso di solitudine e isolamento che si può provare anche se si è in mezzo alla folla) che riprenderà e svilupperà nei suoi film successivi, e alcune sue tipiche sequenze narrative (i personaggi che osservano da dietro il finestrino della macchina cosa c’è fuori).

The Virgin Suicides (IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE, 1999) - Tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides, The Virgin Suicides è la storia delle giovani, belle e biondissime sorelle Lisbon (Therese, Mary, Bonnie, Lux e Cecilia), oggetto del desiderio e delle fantasie dei ragazzi del vicinato, accomunate dal fatto di essersi tolte tutte la vita nel giro di un anno.
Avevo letto il libro di Eugenides qualche anno fa e lo ricordavo abbastanza bene, e secondo me Sofia Coppola ne ha fatto una trasposizione molto fedele e per niente da meno. La Coppola mantiene la narrazione da un punto di vista esterno, quello di uno dei ragazzi che osserva le sorelle e cerca di entrarvi in contatto, e riesce a (ri-)creare quell’aura di mistero e di imperscrutabilità che circonda le sorelle e che non ci farà mai conoscere nel concreto i loro pensieri attraverso le sue riprese, là dove Eugenides incantava con le sue parole: toni caldi come il giallo e l’arancione vengono utilizzati per descrivere l’atmosfera sognante e vitale di quando le sorelle erano ancora e si sentivano vive, toni freddi come il verde e l’azzurro per la sofferenza e la consapevolezza sempre più forte di non riuscire a sottrarsi ad un lento scomparire. Così come la malattia ha attaccato gli alberi del quartiere che devono pertanto essere abbattuti, il morbo del mantenere le apparenze di una famiglia perfetta ha attaccato la famiglia Libson: una fragile facciata dietro la quale si nascondono una madre dal pugno di ferro che predica a memoria una fede svuotata di ogni significato e un padre apatico, privo di iniziativa, che sta lì, adagiato sulla poltrona.

Lost in Translation (LOST IN TRANSLATION - L’AMORE TRADOTTO, 2003) - Protagonisti sono Bob e Charlotte, un divo della televisione alla fine della sua carriera il primo e una giovane donna già delusa dalla vita la seconda. Entrambi si trovano a Tokyo per motivi diversi e le loro anime affini sono destinate ad incrociarsi nelle stanze dell’hotel in cui soggiornano.
Lost in Translation è il tipico caso “tante cose”. Penso che sia quel tipo di film che più lo si guarda e più ci si trovano significati sempre diversi e nuovi, dettagli che durante la visione precedente sono sfuggiti. L’ho trovato un film molto intenso e di grande sensibilità, soprattutto nella presentazione dei due protagonisti e nel percorso che entrambi compiono, e costruito in modo ingegnoso, per opposizioni. Bob e Charlotte sono due personaggi che si sentono isolati e incompresi, e il fatto che si trovino a Tokyo, una città a loro estranea di cui non conoscono né lingua né cultura, amplifica il loro senso di alienazione: Charlotte non riesce più a provare niente anche stando in mezzo alla gente; Bob, che forse è stato fin troppo circondato dalle persone per via della sua carriera lavorativa, non può fare a meno di approcciarsi agli altri con ironia e una punta di amaro cinismo. Tokyo è una grande metropoli, moderna, veloce e affollata, rumorosa e ricca di parole non solo pronunciate ma anche trasmesse dai pannelli pubblicitari, ma è solo tra sguardi rubati e senza comunicare o al buio e nel silenzio delle loro stanze che Bob e Charlotte riescono a toccarsi.

Marie Antoinette (MARIE ANTOINETTE, 2006) - Marie Antoinette è la rilettura in versione pop della vita di Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, dal momento della sua consegna a Versailles fino allo scoppio della Rivoluzione francese.
Questo film mi è piaciuto un sacco, credo di adorarlo. Visivamente parlando è stupendo e personalmente mi ha dato tanta ispirazione. Ogni singolo frame è suggestivo ed elegante, e le inquadrature degli interni e degli esterni, le scale cromatiche di abiti e tappezzeria, l’accostamento di tutti i singoli elementi decorativi sono gestiti in modo perfetto. Ancora una volta Sofia Coppola affronta i temi dell’alienazione e del senso di solitudine che possono stringere l’animo umano uniti alle difficoltà che si possono incontrare durante l’adolescenza. Maria Antonietta, diventata Regina di Francia a soli diciannove anni, viene letteralmente strappata dalla sua famiglia e dal suo paese natale e gettata in un luogo a lei estraneo, tra le cattiverie e le angherie della corte, alle prese con un marito che non conosce per niente. Frustrata dalla monotonia, dall’assenza di vicinanza umana e dalle pressioni a cui è sottoposta giornalmente, la giovane regina si abbandona così ad una serie di frivolezze e piaceri mondani per nascondere le sue fragilità, l’adolescente ingenua e smarrita che in realtà è. L’apparente leggerezza e spensieratezza che caratterizzano tutta la pellicola spariscono di colpo nelle ultime battute, quando improvvisamente ci si ritrova davanti una Maria Antonietta stanca e disillusa, probabilmente la versione di se stessa che nel corso del tempo è arrivata ad essere e che ha cercato di tenere lontana il più possibile per riuscire a sopravvivere in quella terra straniera, poco prima della rivoluzione. Non c’è bisogno di mostrare il processo e la morte sotto la ghigliottina, Sofia Coppola si ferma un attimo prima. Tutto ciò che rimane prima che lo schermo si annerisca per poi mostrare la camera da letto di Maria Antonietta e Luigi completamente distrutta, è lo sguardo malinconico dei due sovrani.

Somewhere (SOMEWHERE, 2010) - Johnny Marco è una famosa star del cinema. Ospite di un prestigioso hotel, trascorre le sue giornate tra alcol, donne, macchine e folle di fan. Lo scontro con la realtà avviene quando deve prendersi cura della figlia undicenne Cleo.
Somewhere per me è stato la lentezza e la noia, seppur capisca che all’interno del film abbiano il loro senso e il loro significato. Per certi versi la trama ricorda quella di Lost in Translation, una nuova variazione sul tema della solitudine e dell’alienazione di una star del cinema annoiata e probabilmente anche depressa, ma senza andare troppo in profondità come invece ha fatto la precedente pellicola. Le parti con Elle Fanning sono state molto dolci e carine: Cleo rappresenta la possibilità di Johnny di affacciarsi e provare di nuovo la vita, e i giorni trascorsi con lei sono molto sereni e pieni di umanità, non vengono utilizzati da Sofia Coppola per la rappresentazione della crisi interiore del padre. Quella c’è prima, e il dopo è solo la punta della presa di coscienza da parte dell’uomo di dover dare uno scossone alla sua esistenza e in qualche modo tornare alla vita, quella vera. Probabilmente la parte più emblematica di tutto Somewhere è il momento in cui il protagonista, dopo essersi sottoposto ad una seduta di make up, si trova davanti allo specchio e ciò che vede riflesso è il suo volto da anziano triste e svuotato.

The Bling Ring (BLING RING, 2013) - Sapevo che The Bling Ring non mi sarebbe piaciuto ancor prima di iniziarlo semplicemente perché la storia di un gruppo di adolescenti annoiati che va a rubare a casa delle più famose star del momento non mi interessa per niente.
L’unica cosa un minimo interessante è stata la citazione finale di Marc, ovvero «Io trovo strano che tante persone mi adorino per un gesto disprezzato dalla società ma questo dimostra che l’America ha un fascino perverso per ‘Bonny & Clide’ e storie così».


L’ordine in cui ho visto i lavori di Sofia Coppola durante la settimana è stato questo: Marie Antoinette, The Virgin Suicides, Lost in Translation, The Bling Ring, Somewhere, Lick the Star.
Se dovessi stilare una classifica di gradimento dei suoi film, credo sarebbe così:
i. Marie Antoinette
ii. Lost in Translation
iii. The Virgin Suicides
iv. Somewhere
v. The Bling Ring

A settembre dovrebbe uscire un nuovo lavoro, The Beguiled (L’inganno), remake del film La notte brava del soldato Jonathan (1971). Sono molto curiosa di vederlo perché Sofia Coppola mi piace e poi nel cast ci sono di nuovo Kirsten Dunst e Elle Fanning, che ho trovato carinissime negli altri film.

Come dicevo all’inizio, spero di non avervi annoiato ma di avervi incuriosito e fatto conoscere il mio parere riguardo i film di Sofia Coppola. Fatemi sapere nei commenti se avete mai visto qualcosa di questa regista e qual è la vostra opinione, se siete d’accordo o meno con me, se vi ho fatto venire voglia di vedere qualcosa e se avete qualche consiglio per me per una nuova regista-maratona. CIAU ~

venerdì 7 aprile 2017

ULTIME LETTURE: raccolte di poesie, contemporary young adult, graphic novel.

Ciao a tutti!
Oggi finalmente riesco ad aggiornarvi sulle mie ultime letture. Ho scelto quattro titoli diversi tra di loro per genere ma che ho trovato abbastanza affini nell’argomento trattato: le protagoniste di questi volumi infatti, in un certo momento o in più momenti della loro vita, si sono ritrovate a dover fare i conti con loro stesse, con cosa significa essere ragazze e donne, e con il modo in cui hanno vissuto fino a quel momento, con la conseguente caduta di tutti quei falsi idoli e punti di riferimento che avevano e la nuova esigenza di voler decidere da sole del proprio futuro.


milk & honey di Rupi Kaur
4 Novembre 2014 • 204 pagine  ENG / ITA
the princess saves herself in this one di Amanda Lovelace
23 Aprile 2016  156 pagine  ENG

Questi piccoli volumetti sono due raccolte di poesie in versi liberi a cui mi sono approcciata per curiosità dopo averli visti ovunque in giro per il web (soprattutto su instagram, sia in foto che in citazione). Mi sembravano particolarmente interessanti e di ispirazione, quindi ho deciso di leggerli anche io.
Entrambe le raccolte sono improntante principalmente sulle esperienze personali delle rispettive autrici ma Rupi Kaur e Amanda Lovelace non si sono limitate a parlare solo della loro storia personale, hanno trattato anche tematiche che riguardano la femminilità e l’essere donna, la violenza e l’abuso, l’amore inteso principalmente come amore verso se stessi, e il riprendersi da un amore finito o dalla perdita di una persona cara.

it takes grace
to remain kind
in cruel situation

La raccolta di Rupi Kaur è suddivisa in quattro capitoli: the hurting, the loving, the breaking, the healing. Ogni capitolo affronta con delicatezza un tipo diverso di dolore e cerca di offrire delle prospettive di riconciliazione e di ripresa attraverso la forza delle parole.
Alcune poesie sono accompagnate da delle illustrazioni realizzate dall’autrice stessa: si tratta di disegni molto semplici e minimali che ho trovato molto interessanti perché sembra quasi che siano stati realizzati soprappensiero, ma riescono invece a racchiudere benissimo il senso della poesia e cosa l’autrice vuole trasmettere al suo lettore.

the princess
locked herself away
in the highest tower,
hoping a knight
in shining armor
would come to her
rescue.

- i didn’t realize i could be my own knight.

La raccolta di Amanda Lovelace opera allo stesso modo di quella di Rupi Kaur: anch’essa è suddivisa in quattro parti — the princess, the damsel, the queen, you — ma, se le prime tre ripercorrono la vita personale dell’autrice in tre momenti, la quarta è una lettera indirizzata esclusivamente al lettore.

Devo dire che sono rimasta un tantino, se non delusa, insoddisfatta nei confronti di questi due lavori perché mi aspettavo di leggere qualcosa che mi prendesse con più forza. Personalmente mi sono rivista veramente poco nella maggior parte delle poesie di Rupi Kaur e Amanda Lovelace ma questo perché non ho avuto esperienze simili o dirette di molte cose di cui parlano. Pensavo di trovare dei pensieri leggermente più profondi nelle parti in cui si parla di amore e femminilità ma anche in qui ho avuto l’impressione che non mi stessero dicendo nulla di nuovo. Probabilmente anche in questo caso potrebbe dipendere da me, perché quello che ho letto, prima di leggerlo, penso facesse parte di me già da molto prima. Ad ogni modo, è stato bello ritrovare questi miei pensieri in altre voci e ci sono state comunque diverse poesie che ho apprezzato per il loro messaggio molto positivo e di speranza.
Ammiro tantissimo il fatto che Rupi Kaur e Amanda Lovelace abbiano messo su carta le loro esperienze personali, qualcosa che al tempo stesso può essere sia facile che difficile da comprendere: facile per molte persone che hanno vissuto le situazioni che sono state descritte e che magari ne stanno ancora soffrendo, difficile soprattutto per un occhio estraneo che come me non ha vissuto determinate esperienze. Nonostante questo, entrambe le parti possono facilmente riconoscere la forza e lo slancio positivo che stanno alla base di queste due raccolte, che possono diventare un saldo punto di riferimento per aiutare a ri-trovare la forza nei momenti difficili o un ottimo mezzo per lasciarsi ispirare nella vita.


Everything, Everything di Nicola Yoon
1 Settembre 2015 • 310 pagine  ENG / ITA
Sometimes the world reveals itself to you. I’m alone in the darkening sunroom. Late-afternoon sun cuts a trapezoid of light through the glass window. I look up and see particles of dust drifting, crystal white and luminous, in the suspension of light. There are entire worlds that exist just beneath our notice of them.
Ho cercato di tenermi lontana da questo libro fin dalla sua uscita in lingua perché dalla trama qualcosa non mi suonava bene, infatti il mio campanellino di allarme si è messo subito a intonare ‘la fregatura è dietro l’angolo’. Eppure, eppure… alla fine l’ho letto — e la colpa la do tutta al trailer del film che dovrebbe uscire tra poco, l’ho trovato talmente adorabile che non sono riuscita a resistere.
Madeline ha appena compiuto diciotto anni ed è affetta da una rara malattia che non le permette di mettere piede fuori da casa sua perché, molto semplicemente, è allergica a tutto. La sua vita cambia nel momento in cui conosce Olly, uno dei due figli della nuova famiglia che si è appena trasferita nella casa accanto la sua.
Madeline è una voce che sa intrattenere: attraverso il racconto delle sue giornate ci mette a conoscenza della sua condizione, di cosa può fare e cosa invece non può fare, e la frustrazione che a volte la attanaglia nel non poter fare tutte quelle piccole cose che per le altre persone rappresentano la normalità. Fino a quando non arriva il momento in cui inizia ad avvertire l’esigenza sempre più forte e pressante di fare qualcosa, qualunque cosa, perché la vita è una sola e non vuole sprecarla, vuole fare esperienza di tutto ciò che la circonda e fare tutto quello che non ha mai potuto fare, anche a costo di essere per una volta egoista e ferire le persone a cui vuole bene. Olly non è il principe che va a salvare Madeline, è più una finestra sull’esterno che la porta concretamente a riflettere sulla sua condizione, su cosa lei pensa e su cosa lei vuole fare per se stessa.
Tutto questo, dal punto di vista grafico e di scrittura, è reso da Nicola Yoon (con il supporto di suo marito) in un modo che mi piace sempre tanto, ovvero attraverso disegni, bigliettini, chat, lettere, ecc.
Quello che succede in questo libro è prevedibilissimo e dichiaro che alla fine il mio campanellino di allarme ha avuto ragione, ma tutto sommato mi è piaciuto leggere Everything, Everything. Diciamo che Everything, Everything rientra in quella categoria di libri carini, piacevoli e adorabili, che si divorano in un paio d’ore e che, pur riconoscendone tutti i punti deboli, non si può arrivare ad odiare ferocemente. Inoltre offre anche diversi spunti interessanti per riflettere su questioni di un certo peso, tra cui a cosa può portare il “troppo amore” e cosa significa vivere, e se si è disposti a rischiare la propria vita per poterla finalmente vivere appieno anche solo per un breve momento.


Misdirection di Lucia Biagi
Eris Edizioni • 23 Aprile 2016  156 pagine  ITA
Sai qual è la cosa divertente? Credo di aver capito che una ragazza sbaglia sempre.
Ogni persona nel corso della sua vita prima o poi si scontra con la realtà e gli effetti di questo scontro possono essere brutali: tutto il sistema di valori che si aveva prima viene messo in discussione, ciò che rappresentava un rifugio sicuro improvvisamente non lo è più, e si arriva a raggiungere una consapevolezza che forse c’era già da prima, probabilmente sotto forma di un’eco lontana o celata dal velo dell’ingenuità, ma che adesso è impossibile ignorare o tentare di nascondere.
Questo è quello che succede a Federica durante l’estate dei suoi tredici anni, quando sta trascorrendo gli ultimi giorni delle sue vacanze in montagna con i nonni. La sua vita procede abbastanza serena e tranquilla tra le uscite con l’amica Noemi e le registrazione del suo diario sul suo smartphone, l’unica preoccupazione è la scelta del liceo a cui iscriversi… almeno fino a quando Noemi scompare senza lasciare nessuna traccia dopo una serata trascorsa in discoteca, e Federica non può esimersi dal cercarla.
La storia del ritrovamento di Noemi però non è il fulcro centrale di questo romanzo grafico: come suggerisce chiaramente il titolo che fa riferimento alle tecniche illusionistiche dei prestigiatori, le ricerche di Federica non sono altro che un diversivo per far credere al lettore che quella che sta leggendo sia la vera storia, che quelli che gli vengono presentati siano degli elementi fondamentali ai fini della risoluzione delle vicende, ma in realtà non è così, si tratta solo di distrazioni dal vero oggetto d’interesse. Le ricerche iniziate da Federica non si concluderanno meramente con il ritrovamento della persona scomparsa ma con la consapevolezza di aver appena compiuto un viaggio tra i pregiudizi e la cattiveria del mondo, tra i fili neri che intasano la mente della gente e che stringono anche su coloro che hanno intorno; e che la tecnologia, che per lei rappresenta uno spazio intimo e personale, amplifica solamente i problemi del mondo offrendo visioni distorte e viziate della realtà, diffuse da quelle stesse persone che non si limitano a far uscire i loro fili neri solo dalla loro bocca.
L’amara verità che Federica scopre a tredici anni è che nella nostra società così tanto evoluta sono sempre e solo le donne e le ragazze a sbagliare, giudicate sia da uomini che da donne, da ragazzi e ragazze.
Il tratto di Lucia Biagi mi è piaciuto un sacco. Non avevo mai letto nulla di suo (e ora vorrei recuperare Punto di Fuga, che tratta di un altro tema che trovo altrettanto interessante) quindi, oltre a rimanere colpita dal modo in cui ha costruito la sua storia, sono rimasta impressionata anche dal suo stile di disegno. L’ho trovato un tratto molto fresco e genuino, preciso ed essenziale, che riesce a veicolare con forza e incisività ciò che l’autrice vuole senza dover ricorrere a inutili ed eccessivi virtuosismi. La bicromia è di effetto, il verde e il violetto chiaro sono visivamente molto rilassanti ma contribuiscono a creare un’atmosfera particolare di mistero che non permette di sentirsi completamente al sicuro, oltre che ad essere due indicatori temporali.
Misdirection è un libro che porta a pensare anche una volta che le pagine finiscono e si chiude il volume, e questo per me rappresenta un grande pregio. Lo è ancora di più quando quelle stesse pagine dalle quali si è appena staccato lo sguardo si riflettono sul mondo che ci circonda.